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Il razzismo sistemico in USA: il caso di George Floyd

La prima volta che visitai gli Stati Uniti non fu per un viaggio di piacere, e non fu nemmeno in una grande metropoli. Per essere precisi, mi trovavo nello stato dell’Iowa, a Davenport, la città che per i quattro anni a venire sarebbe diventata la mia casa. Tra gli spazi sconfinati e gli hamburger per colazione, ricordo che una cosa, in particolare, conquistò la mia attenzione: il degrado di certi quartieri.

Quando uno dice “America” non ci pensa a queste cose. D’altra parte, si cresce con il mito del sogno americano e la convinzione che il Paese a stelle e strisce sia il posto delle opportunità. Poi, succede che esci dalla sfavillante New York e scopri che c’è anche un altro mondo, aldilà delle luci di Manhattan e dei tacchi a spillo alla Sex & the City: quello delle ingiustizie e dei soprusi.

Tra le tante cose che mi ha insegnato negli anni il mio espatrio, c’è il fatto che nessun Paese è perfetto. E che il razzismo sistemico in USA esiste ed è palpabile.

Lo vidi per la prima volta nel 2016, nei quartieri malconci di quella che sarebbe diventata la mia città, nelle case fatiscenti delle minoranze etniche, nelle scuole pubbliche di serie b. Era lì, sotto i miei occhi, anche se ancora non sapevo dargli un nome.

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Il 25 Maggio 2020, il poliziotto Derek Chauvin uccise George Floyd, di fronte agli occhi dei passanti che lo imploravano di fermarsi. Mentre l’agente di polizia premeva il ginocchio sul collo della vittima, quest’ultima gli ripeteva, per sedici volte, una frase abbastanza chiara.

I can’t breathe – non riesco a respirare.

Tuttavia, non è bastata a fermarlo.

Alcune delle manifestazioni avvenute successivamente hanno assunto connotati violenti e sono state oggetto di aspre critiche da parte di molti.

Non ve lo nego, hanno fatto storcere il naso anche a me.

Però, c’è una trappola nella quale non posso permettermi di cadere, e non dovreste farlo nemmeno voi: quella del privilegio bianco.

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Il giorno in cui Derek Chauvin uccise George Floyd non ci trovavamo di fronte al caso di un uomo che ne uccide un altro. Il giorno in cui Derek Chauvin uccise Floyd ci trovavamo davanti ad un uomo bianco che ne uccide uno nero.

Che persona è quella che si sente in diritto di compiere un atto simile?

Un criminale?

No, il contrario. Un uomo che si sente tutelato a farlo. Dalla legge e dal colore della sua pelle.

Del resto, immaginare un’inversione di ruoli, mi riesce davvero difficile e i numeri, a tal riguardo, parlano chiaro. Un’analisi condotta dal Washington Post nel 2015 afferma che, sebbene gli afroamericani rappresentino solo il 13% della popolazione statunitense, il tasso con cui vengono uccisi dalla polizia è più del doppio rispetto a quello dei bianchi.

Per quanto sia sbagliato e deleterio reagire alla violenza con altrettanta violenza, indignarci solo ed esclusivamente per la rabbia della gente in piazza dimostra che non abbiamo compreso a fondo il problema.

Dare fuoco ai commissariati di polizia è sbagliato? Certamente.

Però questo non può distogliere la nostra attenzione dall’origine del tutto: il razzismo sistemico che pervade gli USA. Perché prima che le persone iniziassero a distruggere locali e incendiare auto, un poliziotto uccideva a sangue freddo un suo concittadino. In particolare, lo faceva esercitando il suo ruolo e sentendosi protetto da un sistema che, negli anni, non aveva saputo punire l’uso di violenza eccessiva.

Ma chi era George Floyd?

Io me lo sono chiesta, così ho fatto qualche ricerca.

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George Floyd era originario del North Carolina, ma crebbe a Houston, più precisamente a Third ward, un quartiere nero della città, teatro di scontri violenti negli anni ’60 e una delle aree più povere della zona.

In famiglia era soprannominato gentle giant -gigante gentile- e con i suoi due metri di altezza era riuscito a riservarsi un posto al South Florida Community College, giocando per la squadra di football della scuola. Fu il primo dei suoi fratelli ad accedere al College, grazie ad una borsa di studio sportiva: un’opportunità non da poco, considerando i costi proibitivi delle università americane.

Ad un certo punto, però, qualcosa andò storto. Dopo aver mollato il College, tornò a Houston e iniziarono gli arresti per possesso di droga e furto a mano armata.

Un suo amico, Mesah Hawkins, commenta questa fase della sua vita così: “Ha cominciato a fare le cose che facevano i ragazzi del quartiere”.

Lo sentite anche voi il peso di questa frase? Quello che mette ogni essere umano di fronte all’invalicabile muro delle proprie origini?

Qualcuno potrebbe dirvi che George Floyd è l’esempio perfetto di un’opportunità buttata nella spazzatura.

Io, invece, vi dico che George Floyd è l’esempio perfetto del fatto che il passato torna a bussare alla porta di tutti. E quando sei un afroamericano, tende a presentarti un conto salato. Perché si è impregnato nelle ossa della tua gente, nelle decisioni dei governi, nelle periferie delle grandi metropoli. E ti lascia incollato lì, da dove sei venuto, ai margini di un sistema che, nel tempo, non ti ha mai concesso il lusso di eccellere.

E allora, cosa ti resta quando nelle mani non hai nulla da perdere? La rabbia.

A tal riguardo, credo calzino a pennello le parole di chi ha dedicato la sua vita a combattere per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti:

La rivolta è il linguaggio di chi non viene ascoltato.

Martin Luther King
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Perché il concetto di razzismo sistemico è associato proprio agli USA?

Sul fatto che il razzismo esista ovunque, siamo tutti d’accordo; ma il passato e la storia della società statunitense la distinguono, inevitabilmente, da tante altre.

Nel 1776, Thomas Jefferson stilava il testo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti nel quale affermava che: “…tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti: la vita, la libertà e il perseguimento della felicità”.

Mentre scriveva queste parole, accanto a lui c’era Robert Hemings, fratellastro di sua moglie, nato da una relazione (o forse dovrei dire da uno stupro?) che il suocero ebbe con una sua schiava nera.

Il giorno in cui gli Stati Uniti nacquero, la schiavitù era ancora in vigore e avrebbe continuato ad esserlo per gli ottant’anni a venire. Questo significa che il razzismo non esisteva solo a livello comportamentale, ma era addirittura un’ideologia legalizzata. Era la legge ad autorizzare abusi, violenza e ingiustizie.

Nonostante la schiavitù sia stata abolita da più di 150 anni, il sistema socio-economico, sul quale reggono gli Stati Uniti tutt’ora, continua ad essere caratterizzato da disuguaglianze strutturali. Ci troviamo di fronte ad un sistema nato sbagliato e che continua a vivere sbagliato: quello in cui risorse e diritti vengono divisi in misura tutt’altro che equa tra bianchi e neri.

Se vogliamo provare sdegno per le manifestazioni violente a cui ha portato la morte di Floyd, allora, ricordiamo di risentirci anche per l’origine di tutta questa rabbia.

Per esempio per la scelta del governo americano, a inizio 900, di identificare le aree in cui fosse consigliato investire, dando vita al cosiddetto redlining e al conseguente blocco dello sviluppo economico di alcuni quartieri. Indigniamoci per il fatto che nelle famose zone “rosse”, quelle dove le banche non concedevano mutui, ci vivessero proprio gli afroamericani e non i sempre privilegiati bianchi.

Arrabbiamoci per un Paese spezzato a metà, dove chi viene dai quartieri meno ricchi deve frequentare scuole pubbliche che non sempre sono in grado di garantire la stessa qualità d’istruzione di quelle presenti nei quartieri più abbienti.

Indigniamoci per il fatto che la sanità privata porta le donne afroamericane ad avere da tre a quattro volte in più, rispetto a quelle bianche, la probabilità di morire dopo o durante il parto (fonte: Harvard Public Health).

Indigniamoci anche quando le manifestazioni violente le fanno i bianchi, armati di bazooka davanti ai campidogli delle principali città americane perché stanchi del lockdown che “lede alla loro libertà”.

Dimenticavo, indigniamoci di un’ultima cosa.

E quella cosa è il motivo per cui George Floyd venne arrestato dal poliziotto che poi lo uccise: una banconota falsa di 20$.

Perché questo è quello che vale la vita di un afroamericano.

Nel 2020.

Nel Paese delle opportunità.

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Perciò, vi chiedo un favore.

La prossima volta che pensate agli Stati Uniti, non immaginate solo i surfisti della California o la Hollywood dei film.

La prossima volta che pensate agli USA e al razzismo sistemico immaginate una gara dove gli afroamericani partono cinque passi indietro.

E ricordate, sebbene non sia una loro scelta, sta a loro recuperare quel gap. Perché se falliscono dovranno farsi carico di un’altra insopportabile colpa: quella di non essere all’altezza. Alla stessa altezza dei bianchi.

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