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Vita da Expat

Non sono più un’expat

Sono passate così tante settimane dall’ultima volta che ho scritto per il blog che non so da dove iniziare. Perciò andrò dritta al punto: non sono più un’ expat.

Sarò onesta, questo post non era nemmeno in programma, così come tante cose che sono successe in questi ultimi due mesi. Ho dovuto mettere da parte la bozza di un piano editoriale fatto di rubriche interessanti, per provare a fare quello che, in casi come questi, sembra impossibile: restare in piedi.

E allora andrò con ordine, o almeno ci proverò.

Per tre anni abbiamo sognato il 19 Giugno 2020.

Quel giorno era nella testa di tanti: genitori, parenti, amici. Tutti volevano esserci.

Qualcuno, quel tanto desiderato volo, lo aveva persino comprato per assistere alla cerimonia di laurea americana. Esatto, come quelle dei film, con la toga nera e il cappellino che viene lanciato in aria.

Dalle tribune dell’auditorium avremmo fatto svolazzare con orgoglio la bandiera italiana. Io mi sarei commossa; mia suocera avrebbe urlato orgogliosa il nome di suo figlio tra gli applausi generali.

Poi, avremmo festeggiato tutti insieme nel nostro meraviglioso giardino. Persino il proprietario di casa si sarebbe unito a noi, incuriosito da quella strana ciurma di italiani, a cui basta un pezzo di verde e il sole nel cielo per stamparsi un sorriso sul volto. Ci aveva avvisati: “Se non mi invitate, mi offendo”. Noi non lo avremmo deluso.

Avremmo grigliato la carne del ranch del nostro amico dal Nebraska.

Papà l’avrebbe adorata, mi avrebbe detto che avevo ragione, quando gli dicevo che quella era la carne più succosa e saporita di tutte.

”Il macinato più buono che abbia mai mangiato!” avrebbe esordito.

Poi, abbracciando mamma, sarebbe restato in silenzio ad ammirare il Mississippi, perché così era solito fare quando contemplava la bellezza del mondo. Probabilmente la sua testa avrebbe fatto un salto indietro nel tempo. Agli anni in cui lui e mamma si innamorarono, sotto il ritmo di musiche che narravano l’America, descrivendola come un posto che io non sono riuscita a trovare.

Ad una certa, i festeggiamenti sarebbero finiti. Avremmo svuotato il nostro amato bilocale, sigillato gli ultimi scatoloni e salutato il Paese che per noi fu casa, in quegli ultimi tre anni di vita. Lo avremmo fatto con un roadtrip insieme alle nostre famiglie; destinazione: Colorado!

Al rientro in Europa ci avrebbe atteso l’Italia, per un mese intero.

Perché è così che si fa quando un capitolo di vita è giunto al termine. Ci si prende del tempo per mettere un punto. E poi bisognava fare ricarica di abbracci, buon cibo e bei colori perché ad attenderci, tra agosto e settembre, ci sarebbe stato un nuovo Paese, una nuova avventura: il Regno Unito. Liverpool, per l’esattezza.

Era proprio lì che il nostro cuore sentiva di dover andare, nonostante la Brexit, la pioggia costante e il sole sempre assente. Una serie di variabili ci avevano portati a quella scelta. Io, specialmente, avevo un conto in sospeso con l’Inghilterra che mi fece innamorare di lei nella primavera-estate del 2015.

Allora, che dite? Non lo trovate anche voi un piano perfetto?

Già, peccato che nulla sia andato come avrebbe dovuto.

Tanto per cominciare, è arrivato il coronavirus.

Era fine febbraio e il pensiero era il seguente: “Ma sì, ad andare a giugno tutto si sistemerà”.

A metà marzo, invece, complice la situazione che degenerava, abbiamo capito che la stramba ciurma di italiani non avrebbe dato spettacolo nell’auditorium del Palmer College.

Un po’ mogi, capimmo che non avevamo alternative se non quella di adeguarci al fatto che avremmo salutato l’America da soli.

Non sapevamo se avremmo fatto comunque il viaggio in Colorado o se avremmo passato le ultime due settimane di giugno a soffocare nel caldo umido del Midwest, in attesa del volo di rientro.

Non si presentò nemmeno il problema di decidere, perché, come spesso accade, fu la vita a scegliere per noi.

Successe una cosa che, non vi nego, scrivere qui, nero su bianco, mi lascia smarrita. Ma devo scriverla, per poter realizzare che quella che vi sto raccontando è la mia storia e non quella di qualcun altro.

Successe che, il 2 Aprile, intorno all’ora di cena, mio padre se ne andò.

Dal nulla, senza preavviso.

Due ore dopo che avevamo scherzato insieme al telefono.

Successe che tutti i problemi del mondo si fecero minuscoli. Ma che dico minuscoli… invisibili. Tutto smise di esistere.

Ma no, non voglio parlarvi del dolore che scaturì da quell’evento, non è questa la sede. Volerebbe via, nell’intangibilità del web e non ne varrebbe la pena. Perché questa sofferenza è tutto fuorché impalpabile, è maledettamente concreta. E per renderle onore serve la carta, solo così posso stringerla al petto e sentirla vera.

Vorrei solo che sappiate, che per anni ho immaginato il giorno in cui avrei salutato gli Stati Uniti. Nella mia testa era simile alla scena finale di Friends: la porta di ingresso si chiude, mentre io lascio alle spalle un appartamento vuoto di cose e pieno di ricordi.

Non pensavo che lo avrei fatto con un dolore al petto e gli occhi gonfi di assenza. Non pensavo nemmeno che lo avrei lasciato pieno di cose e sporco di lacrime.

Tre, i giorni che mi sono stati concessi dalla vita per comprare due biglietti, vendere un auto, riempire sei valigie e ammassare sul divano tutto quello per cui non c’era più spazio.

E, nel mentre, sentire costantemente nella testa una voce sibilare: tuo padre non c’è più, tuo padre non c’è più.

Quando siamo partiti per il viaggio interminabile che ci avrebbe riportati in Italia, non c’è stata una volta in cui io mi sia voltata indietro.
Non un ultimo sguardo alla casetta verde, non un ultimo saluto al Mississippi. Non un cenno con l’occhio ad ammirare per l’ultima volta lo skyline di Chicago dall’alto.

Forse non potrete capirmi, ma se tornassi indietro, probabilmente farei lo stesso.

Non sono più un’expat.

Ma forse, la verità è che ho smesso di esserlo da quei tre giorni lì, da quel tonfo assordante. Perché in effetti è proprio cosí, ti basta sentirlo e tutto smette di esistere: l’America, i suoi paesaggi, i sogni e persino tu, a tratti, diventi niente.

Non sono più un’expat, sono tornata in Italia per restarci e nessuno mi ha obbligata. In realtà, non l’ho nemmeno scelto. Mi ci sono trovata, come quelle volte che guidi mentre sei sovrappensiero e per abitudine la strada ti riporta a casa.

Avete presente quando si è in un posto e non c’è altro luogo dove vorreste o potreste essere? Ecco, io sento questo, qui, vicino alla mia bella Brescia. Nella casa dei miei genitori, nel paesino in cui sono cresciuta, dove l’aria che respiro parla costantemente di papà.

Non preoccupatevi però.

Continuerò a parlarvi degli Stati Uniti, della loro gente e di come è stata la mia vita là.

Del resto l’America è così. Nonostante i tonfi della vita, una volta che la incontri non ti lascia più.

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